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Salvate le banche ma non i poveri. Nel 2010 gli Obiettivi di Sivluppo del Millennio sono ancora un miraggio.

Lo denuncia il nuovo rapporto del Social Watch

 

Roma, 17 febbraio 2011 – La lotta contro la povertà rallenta da troppi anni, costringendo milioni di persone a vivere in condizioni inaccettabili. Una tendenza che si registra a partire proprio dal 2000, anno in cui furono concordati i dieci Obiettivi di Sviluppo del Millennio in sede Onu. Lo rivela il rapporto 2010 del Social Watch, rete di oltre 400 organizzazioni non governative presente in più di 60 paesi. Il rapporto, intitolato “Dopo la caduta”, conferma che alla crescita economica spesso non si accompagna un miglioramento degli indicatori sociali e che il progresso nella riduzione della povertà, seppur presente, è troppo lento. “Ancora una volta i dati dimostrano che lo sviluppo economico non è sinonimo di maggiore giustizia sociale. I movimenti sociali in Tunisia e in Egitto sono un segnale chiaro che i diritti fondamentali e un’equilibrata distribuzione della ricchezza sono irrinunciabili a qualunque latitudine Per questo è necessario utilizzare indicatori che tengano conto non solo della ricchezza prodotta, ma anche della possibilità per i cittadini di usufruire dei servizi essenziali che garantiscono i diritti di tutti”, dichiara Jason Nardi, portavoce di Social Watch Italia. “Se i poveri fossero una banca, sarebbero stati salvati. E’ quanto viene da pensare quando si confronta la cifra necessaria a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, stimata in circa 100 miliardi di dollari l’anno, con le migliaia di miliardi di dollari pubblici sborsati negli ultimi due anni per salvare le banche dal fallimento. A questo ritmo sarà molto difficile raggiungere gli Obiettivi del Millennio entro il 2015”.

 

Per misurare lo sviluppo di una nazione, il Social Watch ha messo a punto l’indice delle capacità di base (BCI, Basic Capabilities Index). Si tratta di un indice alternativo che definisce la povertà non in termini di reddito, ma in base alla possibilità di godere di alcuni diritti fondamentali. In particolare, per il calcolo dell’indice vengono considerati la percentuale di bambini che arriva alla quinta elementare, la sopravvivenza fino ai cinque anni di età e la percentuale di nascite assistite da personale qualificato.

 

Se il reddito pro capite è cresciuto del 17% a livello mondiale nel periodo 1990-2000 e del 19% tra il 2000 e il 2009, il BCI mostra una tendenza opposta. L’indice passa infatti dal più 4% degli anni Novanta al più 3% del primo decennio del terzo millennio. Il progresso negli indicatori sociali, quindi, ha rallentato nonostante le maggiori risorse a disposizione. A fare eccezione sono l’Asia meridionale, che ha mantenuto lo stesso ritmo di crescita dopo il 2000, e l’Africa sub-sahariana, che ha invece registrato progressi più rapidi nell’ultimo decennio. Entrambe queste regioni partivano da livelli molto bassi e devono progredire con velocità ancora maggiore per raggiungere valori accettabili nel prossimo decennio. Nell’Asia orientale e nella regione pacifica, il basso tasso di crescita dell’indice è dovuto in gran parte al notevole peso della Cina, un paese che può vantare valori dell’indice relativamente alti rispetto agli altri paesi e che registra progressi molto lenti degli indicatori sociali, in netta controtendenza con la sua crescita in termini di reddito pro-capite. Europa e Nord America, infine, hanno valori omogenei e possono contare da tempo su livelli soddisfacenti dell’indice. Per questo non registrano neanche progressi sostanziali. Va tuttavia sottolineato che non sono ancora disponibili indicatori aggiornati sull'impatto della crisi, che si stima abbiano peggiorato visibilmente la situazione.

 

Negli ultimi 20 anni, i progressi a livello mondiale sono stati comunque significativi: i paesi con livelli intermedi e accettabili dell’indice sono aumentati dal 40% al 61%, mentre quelli con valori molto bassi e critici sono diminuiti dal 60 al 39%. Tra i paesi che dal 1990 sono avanzati di più c’è il Brasile, che è riuscito a ridurre in modo considerevole la povertà. All’estremo opposto si trovano i paesi dell’Africa sub-sahariana, che si attestano ancora su livello critici nonostante i progressi dell’ultimo decennio e la disponibilità di petrolio e ricchezze naturali di cui gode questa regione. Tra i paesi in via di sviluppo, il Guatemala e il Belize hanno fatto grandi passi in avanti. Nel gruppo dei paesi più poveri della terra, il Rwanda ha registrato buoni tassi di sviluppo umano, mentre il Sudan non è riuscito a invertire il suo trend negativo.Un tale scenario richiede leadership e senso di responsabilità da parte dei paesi industrializzati, che dispongono delle risorse per aiutare le nazioni meno sviluppate a uscire dalla spirale della povertà. Gli aiuti promessi e mai stanziati dall’Italia a questi paesi sono perciò un segnale molto grave. La percentuale del PIL italiano destinata all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) è scesa dallo 0,22% del 2008 allo 0,16% del 2009, in controtendenza con i maggiori paesi europei, che nonostante i tagli dovuti alla crisi hanno mantenuto o aumentato gli stanziamenti per la cooperazione internazionale. L’Italia è quindi ben lontana dall’obiettivo intermedio che si era data insieme ai Paesi dell’UE di raggiungere lo 0,56% del PIL in APS entro la fine del 2010. Così come è lontana dall’obiettivo finale di arrivare allo 0,7% del PIL entro il 2015. Ma il problema non finisce qui. Le lacune della cooperazione italiana stanno avendo un impatto nefasto anche sulla tabella di marcia dell’Unione Europea, che non ha raggiunto il traguardo collettivo dello 0,56% in buona parte a causa del nostro Paese. L’Italia è infatti responsabile del 40% dei fondi mancanti, ovvero di circa 4,4 miliardi di euro. Tutto questo è accaduto, paradossalmente, nell’Anno Europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

 

Per ulteriori informazioni:

Gabriele Carchella Cell +39 320 4777 895

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